Il corpo femminile? Terreno di battaglia

    Correva l’anno 1999 quando l’Onu decise di istituire la “Giornata internazionale contro la violenza sulle donne”. Scelse un giorno simbolico, il 25 novembre, data in cui, nel 1960, le tre sorelle Mirabal sono state violentate ed uccise nella Repubblica Dominicana. La denuncia sull’emergenza sociale, però, non è bastata: quante donne, negli ultimi anni, si sono viste sottrarre alla loro volontà? Le cifre sono scandalose, ma vanno lette, meditate e, soprattutto, abbattute. L’Organizzazione mondiale della sanità parla di 150 milioni di bambine e di adolescenti sotto i 18 anni vittime di abusi e violenze sessuali, mentre l’Istat segnala 1.400.000 italiane vittime di violenza prima dei 16 anni.

   Chi quotidianamente vive la nostra società, non faticherà certo a rendersi conto di come il mondo che ci circonda stia diventando estremamente violento. È triste temere chi ti sta vicino per strada, o camminare di fretta, con il cellulare in mano, quando si è soli, per paura di incrociare qualcuno. Nonostante l’alto livello di civilizzazione di cui ci vantiamo, ci sentiamo insicuri e minacciati. Diceva Dostoevskij: “Se Dio non esiste, tutto è permesso”. Si tende dunque a rimuovere ogni ostacolo che si frappone alla realizzazione dei nostri desideri? Potrebbe essere una delle tante risposte, ma non quella definitiva.

   Tornando a casa, sul treno, tra le pagine di un settimanale, ho trovato delle cifre scandalose a tale riguardo, che, da un lato, mi hanno indignata, e dall’altro hanno alimentato ancor più la mia sete di giustizia. Come tutti coloro che studiano la legge, nel mio piccolo, vorrei trovare il modo per renderla davvero uguale per tutti. Leggere che nella civilissima Europa, ogni anno, 400.000 donne vengono ridotte in schiavitù (fonte Aidos), e scoprire che, in Italia, 134.000 donne subiscono violenza psicologica, non può che far riflettere. Un panorama d’inciviltà, a tinte fosche, emerge poi scorrendo i dati. Negli ultimi otto mesi, in Iran, 180.000 donne sono state multate o arrestate perché non si coprivano da capo a piedi in pubblico (fonte Human Rights Watch), mentre in Burkina Faso, in Mali ed in Nigeria il 75% delle donne non può prendere decisioni sulla propria salute senza l’autorizzazione dell’uomo. Nel Gujarat e in India, il 50% delle mamme non può portare i figli dal medico senza il permesso del marito (fonte Unicef). E si potrebbe continuare.

   Quello che va fermato sono le forme di violenza, anche non fisica, che non permettono la realizzazione dell’uguaglianza o, comunque, fanno della diversità un’arma. È stata di recente lanciata la campagna “Ti spengo e non ti compro”: qualora una pubblicità o un programma televisivo offendano o sviliscano l’immagine della donna, li si evita, o non si compra il prodotto pubblicizzato. La speranza è che tale azione possa servire a far crescere il rispetto. Servirà? Per ora, è uno dei tanti modi per sensibilizzare. Tentar non nuoce.

   Quello che però deve essere realmente sottolineato è come alla violenza ci si stia pian piano abituando: accendere un telegiornale è un po’ come un appuntamento con la barbarie. Ma noi non ci diamo peso. Non solo verso le donne, anche nelle vie, nelle piazze e negli stadi si fa fatica a stare tranquilli. Homo homini lupus, diceva Hobbes: l’uomo è lupo per gli altri uomini. Lo diceva, però, per spiegare le origini della società civile: siccome gli uomini erano di per sé violenti e privi di freni, hanno eletto qualcuno a garante dell’armonia, cioè lo Stato. Oggi, possiamo dirci società “civile”? A voi la risposta. Io, purtroppo, non ce l’ho.

                                                                                                                                                   Luisa Giachino