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Un
Cornelianese in Montenegro
fra
barbarie e umanità |
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Michele Caligaris
nacque nel 1919. Il 12 marzo 1940 venne chiamato a far parte
della III sottosezione della Guardia alla Frontiera (Gaf).
Dopo un periodo di addestramento forzato, partì alla volta di Sambuco
e successivamente raggiunge i Prati del Vallone, a 1.700
metri di altitudine. Qui, fu insieme a Vincenzo Aria, il
cornelianese di cui abbiamo parlato nello scorso numero de la
chiacchiera.
Il 10 giugno 1940 il duce
dichiarò guerra alla Francia, ma attese l’evolversi
della situazione; dopo alcuni giorni, la Gaf partì per
il confine francese, sfruttando il buio della notte. Terminata,
il 25 giugno, l’offensiva contro la Francia – inutile, perché
le truppe d’oltralpe stavano già cedendo sotto i colpi
dell’armata nazista, a nord – Michele Caligaris partì per
il fronte greco con l’84° reggimento fanteria (il
cosiddetto “Venezia”, che adotta il celebre motto semper
immota fides).
Venne assegnato – a forza
– al Reparto d’assalto “Arditi”. Nonostante le pessime
condizioni ambientali, gli italiani riuscirono ad avanzare, ma
l’esercito greco aspettava pronto a respingere l’attacco.
Gli italiani si scontrarono con le armate greche, ma in netta
inferiorità numerica. La situazione di difficoltà durò fino
all’arrivo dei tedeschi, che risolse la situazione
nell’aprile del 1941.
Dopo
un periodo di riposo, Michele Caligaris partì per il Montenegro,
che allora era protettorato italiano. |

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| Qui,
un’insurrezione popolare aveva messo in difficoltà il Regio
esercito; La “Venezia” e altri reggimenti furono dunque
incaricati di reprimere duramente questi moti e di cacciare i
partigiani del generale Tito. In due anni e mezzo, le perdite
furono incalcolabili da una parte e dall’altra, così come le
sofferenze. L’8 settembre 1943, data
dell’armistizio italiano, i tedeschi erano diventati nemici.
La
“Venezia” di Caligaris si trovava in quel momento a Berane e
fu abile e respingere le offensive dei tedeschi. Il 3 dicembre
1943, nei pressi di Plevlja, la “Venezia” si fuse con la
“Taurinense” nella celeberrima Divisione italiana
partigiana Garibaldi, alle dipendenze dell’esercito di
liberazione jugoslavo. A fianco di Tito, i garibaldini
combatterono i tedeschi, affiancati dagli ustascia, i
fascisti locali. Caligaris venne catturato proprio dagli ustascia,
nel marzo del 1944. Fu poi dato in mano ai tedeschi, a Sarajevo. Lì,
si ammalò diverse volte e fu condotto all’ospedale di Linz, in Austria.
A pochi chilometri c’era l’orrore del campo di concentramento
di Mathausen; i tedeschi, per sbaglio, avevano destinato Caligaris
alle cure, anziché allo sterminio. Dopo la liberazione
degli americani, Michele Caligaris rimpatria il 28 luglio 1945. |
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In
Montenegro
Dai
primi mesi del ’41 al settembre ‘43 Caligaris si occupava del
controllo del Montenegro. «Ho provato vergogna di essere italiano»,
racconta Michele Caligaris. «Non ci dicevano: “Bruciate le
case”. Ci lasciavano fare quello che volevamo». E lì si
scatenava la barbarie: incendi, ma anche stupri, razzie. «Io non ho
mai partecipato, ma ne ho viste di tutti i colori», continua
Caligaris.
Ma
l’Italia del dopoguerra si è assolta e l’amnistia non ha
permesso nemmeno di conservare la memoria giudiziaria dei fatti. |
| Dopo
65 anni, è riemersa la storia della “pulizia etnica
all’italiana” e la vicenda dei campi di concentramento
italiani in Jugoslavia: Gonars prima di tutti. La foto di uno
dei protagonisti di questa pagina nera cancellata troppo in fretta
– quella del generale Roatta – è tuttora appesa negli uffici
dello Stato Maggiore dell’Esercito. «Ci dicevano che si
ammazzava troppo poco», continua Caligaris, «volevano sostituire
tutti i montenegrini con italiani».
L'umanità
in mezzo ai fucili
Scorrendo
le memorie dei suoi compagni, Caligaris racconta di quando una
bambina che andava a scuola, nel vedere gli italiani incolonnati
ai comandi dei tedeschi – siamo dopo l’armistizio – magri,
malati, sofferenti, avesse eluso la guardia nazista e avesse
consegnato la propria merenda ad uno di questi dicendo «Ne hai più
bisogno di me». «I Montenegrini sono stati eccezionali con noi
italiani», racconta Caligaris. «Una donna è addirittura andata
in carcere per non svelare che gli avevo venduto venti
accendisigari». Prima delle lunghe marce al freddo, le donne
cucivano sciarpe e maglioni per i soldati italiani.
La
sofferenza e la fame
«Si
mangiava carne di mulo e, quando si trovavano per strada delle
ossa, le si spaccavo per succhiarne il midollo», racconta
Caligaris. «Nelle lunghe marce in mezzo alla neve, spesso
qualcuno non ce la faceva. Lo si seppelliva nella neve, con un
ramo di albero come croce». Si perdeva la sensibilità al dolore,
ci si abituava a vede tutto. In prigione, a Sarajevo, si moriva
soprattutto di tifo. Ogni mattina, al risveglio dalle notti gelide
– ci si copriva con la carta – i tedeschi raccoglievano i
corpi di 15 – 20 soldati italiani.
La
corrispondenza con Corneliano
Michele
Caligaris racconta di quando, prima di andare in Montenegro, aveva
ottenuto il permesso di recarsi a Gorica, per andare a trovare un
amico. Quell’amico è Carlo Bertello, deceduto dopo la fine
della guerra, che ha ancora discendenti a Corneliano.
Dopo
la guerra
Solo
negli anni ’80 Caligaris riesce ad ottenere una pensione di
invalidità. Dopo la guerra, ha sempre sofferto di bronchiti e di
infezioni ai polmoni, ma lo Stato non ha voluto riconoscergli
niente. Niente è stato poi riconosciuto alla Garibaldi. Solo
Tito, nel 1969, fece premiare alcuni soldati della Compagnia, tra
cui Caligaris. Pertini visitò il monumento in onore della
compagnia, a Plevlja. Per il resto, la politica si disinteressò
della resistenza di questi uomini, cancellando una pagina della
sua storia senza averne il diritto.
Alessandro Cassinelli
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