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La rivoluzione a-culturale di Alessandro Cassinelli
Qualche settimana fa mi capitarono fa le mani alcuni passi de La longue marche. Essai sur la Chine di Simone de Beauvoir. Grande sacerdotessa della sinistra parigina dei primi anni ’60 – quella che sfociò nel “maggio del ’68”, per intenderci –, animatrice della più grande presa di coscienza femminista della storia, compagna del filosofo Jean Paul Sartre, Simone de Beauvoir era stata una dei pochi privilegiati che avevano potuto visitare la Cina di Mao Zedong. Nel suo diario – un bestseller in anni di entusiasmo per l’esperienza maoista – scriveva della capitale Pechino: “Ci troviamo nei vicoli stretti, dove le case sono basse e grigie, le strade sono in terra battuta. Le bettole hanno le vetrine coperte di caratteri cinesi colo rosso vivo e degli stendardi rossi decorati di ideogrammi neri servono da insegne. È carino, ma sembra di essere in un grosso villaggio: è davvero questa la capitale della Cina? Quasi che Zai (la guida, ndr) abbia letto nel mio pensiero, allarga il braccio con un ampio gesto, come per spazzare via l’orizzonte, e dice: ben presto questo quartiere sarà demolito, è nei piani. Mi sento rassicurata. Questo disprezzo del pittoresco, questa fiducia nell’avvenire mi conferma che siamo in un Paese progressista”. E così accadde. Mao Zedong rase al suolo le case tradizionali a pianta quadrata e cortile alberato, i templi buddisti, le pagode, i parchi, le ville. Un inestimabile patrimonio architettonico fu sostituito da orridi palazzoni in cemento stile sovietico per ministeri, gerarchie e uffici; con enormi colate d’asfalto si crearono spazi per accogliere folle oceaniche di sudditi nelle feste del partito. Solo la Città Proibita – per fortuna – è rimasta dov’era.
bisogno di fare l’amore. I nostri paesi sono irrimediabilmente offesi da cemento e speculazioni edilizie. Qualcosa lo dobbiamo a questa rivoluzione a-culturale. Ma è davvero una rivoluzione finita, di cui subiamo gli effetti? Forse no. Ancora oggi, qualcuno non ha imparato la lezione. Spazi verdi, colline o anche semplici e bellissimi cascinali vengono sacrificati in nome del progresso economico o della speculazione edilizia. Non è ancora chiaro che, per i capannoni, ci sono le aree industriali, che non devono per forza essere agglomerati di grigio cemento prefabbricato. Ancora oggi, c’è chi si sente superiore perché arriva dalla città e tu sei un piccolo paesano. Qualcuno si è fatto furbo, è vero. Si è appropriato di una finto patrimonio contadino per far soldi, grazie al turismo di massa. Chiusa la porta della trattoria tipica, torni ad immergerti nell’atmosfera di paesi dormitorio, dove la gente non si conosce e non si parla. Di paesi sempre più simili a cittadine. Di paesi sempre meno paesi. Meno male che c’è qualcuno che non ci sta. Chi? Ne parleremo un’altra volta.
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