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«La mia storia», ci racconta il signor Giuseppe, «inizia il 15 gennaio 1942, quando partii dal mio paese d’origine, Corneliano, per Mondovì, destinato al 34° reggimento fanteria di Fossano. Dopo tre mesi di addestramento fui destinato a Roma al 3° battaglione mitraglieri; da qui, poi, partimmo per la Grecia. Partimmo in tradotta e dopo 15 giorni di viaggio arrivammo a Salonicco, dove il nostro compito era di presidiare la zona da attacchi nemici. Dopo circa 40 giorni, nel maggio del 1942 il nostro comandante ricevette l’ordine di partire per l’Africa. In quest’occasione con i miei compagni salii per la prima volta su un aereo, un trimotore, per atterrare a Tripoli, ma per una tempesta di sabbia dovuta al vento del deserto, il Ghibli, dovemmo atterrare a Bengasi. Raggiungemmo poi il presidio italiano di Tobruk un po’ a piedi e un po’ su mezzi di fortuna, data la scarsità dei mezzi di trasporto. A Tobruk faceva molto caldo come in tutta la regione ma la cosa più brutta era la mancanza d’acqua; per attingere acqua dovevamo fare 30 km o a piedi o con autoblindo per raggiungere i pozzi. Quando poi mancava pure questa fonte, si raccoglieva l’acqua del mare che veniva da noi filtrata con la sabbia e a questo punto potevamo dissetarci. Dopo un mese di permanenza in questo presidio giunse l’ordine di partire per il fronte e prima della partenza fui assegnato , con i miei compagni, al 27° reggimento di artiglieria e giungemmo ai primi di luglio ’42 nei pressi di El Alamein, piccola stazione ferroviaria in mezzo al deserto. Fummo tutti convogliati a 260 km nel deserto con il reggimento dei paracadutisti della divisione Folgore».
Il tenente inglese sapeva qualche parola di italiano e ci ordinò di andare verso El Alamein e dopo tre giorni di cammino senza acqua e cibo trovammo una colonna di sventurati come noi già prigionieri degli inglesi tutti diretti nella stessa zona (si parlava di circa 20.000 prigionieri). La fame era tanta e io, prima di essere imbarcato sulla tradotta, scovai nella stazione un cesto di cipolle e ne feci una scorta nascondendole nel mio zaino senza farmi sorprendere dalle sentinelle. Con la tradotta raggiungemmo Suez in un campo di concentramento formato da 12 “gabbie” (recinti): ogni gabbia conteneva 1000 prigionieri! Fummo tutti immatricolati e ricordo di essere stato destinato al recinto n. 4 dove passai quattro anni con altri miei compagni di prigionia. Il cibo e l’acqua erano scarsi e gli unici piatti che ci portavano erano brodo con lenticchie.
L’ultima mia fatica fu il ritorno a piedi fino a Corneliano, dove potei riabbracciare i miei cari.
Anche a distanza di anni, specialmente in questo periodo, il ricordo è sempre forte: il pensiero di tanti amici morti in battaglia o per malattia durante la prigionia mi angoscia ancora adesso. Ho sempre desiderato ritornare in quei luoghi, ma poi, al momento di decidere, non me la sono mai sentita. Sono stato via dal mio paese natale quattro anni: siamo partiti per la guerra noi della classe 1922 in 44 ma al mio ritorno ci siamo trovati in…credo che non serva alcun commento…. E adesso, mi scusi, faccio fatica a trattenere le lacrime e in questi momenti desidero rimanere solo con i miei pensieri». Franca Nervo |