www.cornelianodalba.net

L'odissea di Vincenzo Aria

Da Cefalonia a Cassino. Sano e salvo

 

Vincenzo Aria è un amabile ospite della casa di riposo “Maria Assunta di Castellero” di Corneliano. Ha 90 anni. Dai suoi occhi, chiari e vispi come quelli di un giovane curioso del mondo, non si direbbe. I ricordi, comunque, non lo tradiscono ancora: è lucido, elenca date e luoghi con precisione meticolosa, racconta il vissuto come le pagine di un diario, non ancora ingiallite. E meno male: la sua vita è una storia ricca di peripezie ed aneddoti, che si lega indissolubilmente ai tragici anni della seconda guerra mondiale. È una storia, a tratti, dolorosa, ma con un lieto fine: il ritorno a Corneliano, il 24 settembre 1945, dopo aver girato mezza Europa e aver vissuto i momenti bellici più concitati e sanguinosi. L’abbraccio del fratello, un prete, a suggellare un ritorno insperato in paese, dopo 8 anni di assenza. «Mio fratello gridava a gran voce: “È tornato! Pregate per lui! Fate festa con lui!”. E piangeva. Io piangevo più di lui».

 

4 gennaio 1938. Vincenzo Aria entra nell’esercito, a quasi 21 anni. Nel giugno 1940, l’Italia sferra dalle Alpi l’attacco alla Francia, impegnata sull’altro fronte con le milizie tedesche. Si tratta di un atto oltraggioso, conosciuto dalla storia come “pugnalata alla schiena”. Con questo attacco, l’Italia entra nel secondo conflitto mondiale, male equipaggiata («i nostri soldati non hanno neanche le camicie», diceva Badoglio) e senza altra motivazione se non la smania di Benito Mussolini di compiacere all’alleato tedesco.

Balcani. Vincenzo Aria partecipa alla campagna dei Balcani, a fianco dei tedeschi, nel 1941, nella Divisione Acqui («fondata ad Alba», sottolinea Vincenzo) comandata dal generale Antonio Gandin; una volta conquistata e spartita la Jugoslavia, la divisione viene inviata a presidio delle isole Ionie. L’Italia, infatti, aveva sferrato un attacco alla Grecia, incontrando però, a sorpresa, una strenua resistenza; solo l’intervento dei tedeschi risolse la situazione. Si trattava ora di presidiare le aree strategicamente più importanti, quali le isole Ionie di Corfù e Cefalonia, appunto. Manca il cibo: per questo, Vincenzo conosce una ragazza del luogo, che gli fa avere ogni sera pane e generi di conforto.

Come è scampato dal massacro di Cefalonia. La convivenza con l’alleato tedesco è buona: Vincenzo è lì, ma vi rimane solo fino all’estate del 1943, quando ottiene una licenza per curarsi dalla malaria. Nel frattempo, continuano a partire per la campagna di Russia militari italiani; non Vincenzo, che, malarico, evita di essere coinvolto in una delle operazioni belliche più disastrose di tutti i tempi. Tornato in Italia, a Roma, in piazza San Pietro, Vincenzo viene derubato di tutti i suoi documenti. «Mi sono presentato a 33 fanterie, ma tutte mi hanno rifiutato», racconta. «Tutti mi rispondevano: torna al tuo corpo di battaglia». Vincenzo si reca allora a Brindisi, per salpare per la Grecia: è il 28 agosto 1943. A metà strada fra l’Italia e l’Albania, però, la sua nave viene affondata da un missile. «Di cinquecento uomini, se ne sono salvati 13», racconta, in lacrime. «Io non sapevo nuotare. Stavo leggendo una rivista, sul ponte. Il missile mi ha sbalzato ben lontano dalla nave, e sono rimasto miracolosamente a galla». Se fosse rimasto nei pressi della nave, sarebbe stato intrappolato irrimediabilmente dal risucchio. «Sono rimasto cinque ore in mare aperto, poi siamo stati salvati e riportati a Brindisi». Questa tragica avventura, in ogni caso, è provvidenziale e gli salverà la vita. Dopo l’armistizio dell’8 settembre, infatti, gli alleati teutonici di Cefalonia sono divenuti nemici: tra il 23 e il 28 settembre, i tedeschi, per punire l’ex alleato traditore, dopo la resa degli italiani, fucilarono più di 5.000 uomini, gettandone i corpi in mare, fosse comuni, enormi fuochi.

Nelle  foto sopra e a destra in fondo: rovine
 di Montecassino dopo la battaglia

La famosa abbazia, dedicata a San Benedetto, fu distrutta dai bombardamenti aerei durante la 2° guerra mondiale, nel corso delle operazioni che si svolsero dal novembre 1943 al maggio 1944, durante la prima fase della cosiddetta battaglia di Cassino.

Siccome i Tedeschi  potevano trarre vantaggio - pur non trovandosi nello stretto ambito dell'abbazia - di una posizione che permetteva loro di dominare dall'alto della montagna, gli Anglo-Americani decisero il bombardamento del monastero. Il 14 febbraio, mediante volantini lanciati da aerei, preavvertirono l'imminente azione e invitarono a porsi in salvo coloro che si trovavano nella zona.

Arruolato dagli Americani a Brindisi, si ritrova a Cassino. Curato presso un ospedale, insieme ad altri 2.000 soldati, gli Americani lo mettono alle strette: «O combatti con noi, o ti mandiamo in carcere negli Stati Uniti». La scelta è obbligata. Gli Americani sono gente svelta: parlano italiano, pagano e sono meglio attrezzati dell’esercito italiano. Le milizie anglo – americane risalgono la penisola, fino a Cassino, dove incontrano il fronte tedesco. Vincenzo Aria è uno dei pochi testimoni oculari della battaglia di Cassino e della distruzione dell’abbazia di Montecassino. «Gli Americani sono gente che combatte fino in fondo, fino all’ultimo», spiega Vincenzo. «Abbiamo combattuto in 2.000 uomini, fino alla presa di Cassino, fino a quando tutto era a tacere».

A Venezia, poi a Corneliano, poi l’amore. Terminata la battaglia, le milizie si trasferiscono a Venezia e di lì ciascuno è libero di tornare a casa. Vincenzo torna a Corneliano. I postumi della malaria si fanno ancora sentire: si fa ricoverare all’ospedale di Alba, dove conosce un’infermiera, che diventerà sua moglie. Il 20 settembre, la coppia ha festeggiato i 60 anni di matrimonio.

La vita dopo. «Spesso sogno in maniera concitata, drammatica», racconta Vincenzo. «Le mie notti, talvolta, sono disturbate da quei ricordi». Vincenzo, però, ha avuto il coraggio, e la curiosità, di tornare nei luoghi in cui ha combattuto: Corfù, Cefalonia, Cassino. «Ho rivisto l’abbazia di Cassino. È tale e quale a prima, bellissima».

                                                Alessandro Cassinelli

Ritenuta vana la minaccia, i Tedeschi trascurarono lo sgombero. Al mattino del 15 una formazione di 227 fortezze volanti con ripetute massicce incursioni radeva al suolo il monastero.

 

L'opera di distruzione, completata con  successive incursioni nei giorni 17 e 18, mentre non fu utile agli Alleati, in quanto ad essi non seguì l'attacco delle fanterie per scardinare il bastione, giovò peraltro ai Tedeschi che si affrettarono ad installare  fra le macerie fortificazioni campali potenziando così vieppiù la loro resistenza , che poté essere infranta dopo violenti attacchi  solo il 19 maggio.

Fu questa la quarta distruzione  di una abbazia fra le più gloriose. Il primo nucleo del monastero  primitivo sorse ad opera di San Benedetto da Norcia che qui scrisse la sua celebre regola, e qui fu sepolto.

 

San Benedetto, patrono d'Europa, visse fra il V ed il VI secolo;  operò soprattutto a Montecassino e fondò l'ordine benedettino che ebbe larga diffusione in gran parte dell'Italia dando vita a monasteri attivissimi, non solo nella diffusione della religione, ma anche dell'economia e della cultura (il motto era "ora et labora"). Assieme a San Benedetto, fu sepolta nell'abbazia anche Santa Scolastica, sua sorella.