L’associazione
culturale Arvangia ha rilanciato, negli scorsi mesi, l’annoso
problema della carenza di risorse per la “cultura di territorio”,
innescando interessanti riflessioni sulle buone pratiche culturali
locali e sul modo disinvolto col
quale alcuni eventi assorbono i generosi contributi elargiti da enti e
fondazioni. Tutto è nato dalla pubblicazione di alcune cifre
riguardanti le spese sostenute dalla collettività per eventi come Albalibri,
Alba Pompeia, Premio Grinzane Scrittura e simili. Cifre
importanti, per eventi che non sempre coinvolgono il territorio, né
sempre vanno nell’ottica di favorire una crescita culturale, civile e
morale della popolazione. Ma li paghiamo noi.
Ultimamente, l’organizzazione di eventi culturali nell’albese sta
prendendo una strana piega. La cittadinanza si aspetta eventi e
manifestazioni aperti a tutti, rivolti a tutti, accessibili a tutti
(anche in termine di costi), utili per tutti. A volte, la gente vorrebbe
contribuire con idee e lavoro alla realizzazione di progetti culturali
del suo territorio. Invece, il denaro pubblico si riversa in eventi –
vetrina buoni solo per la stampa e le telecamere, in cachet da
urlo per invitare personaggi famosi. Le serate, pagate con i soldi dei
cittadini, si trasformano in salotti mondani, in cui, più o meno, si
vedono sempre le stesse facce. Non mancano mai quelle dei politici. I
salotti passano come un temporale; da lì, non scaturisce niente.
Movimenti di opinione, dibattiti, forme associative nuove… Macché.
Niente di tutto questo. La serata – evento si consuma così, come un
temporale, che asciuga con il sole del giorno dopo. Il fatto più
anomalo è che chi organizza questi eventi non sono associazioni ed enti
“di territorio”, ma altri, che magicamente sbarcano in Langa e Roero
appena fiutano l’odore di risorse pubbliche. Non sono dunque gli
individui “di questo territorio” a contribuire alla cultura, ma
altri; non sono gli individui di questo territorio a fruire della
cultura, ma altri.
Intendiamoci: non ci si può barricare dietro la tentazione del
provincialismo. Serate – evento, vetrine, telecamere e lustrini
servono. Sono l’occasione per incontrare grandi personaggi, per
cambiare aria. Anche per acquisire visibilità: non c’è niente di
male ad ammetterlo. Potrebbero essere un momento di partecipazione
collettiva a dibattiti aperti all’interno della società. Il problema
è che non lo sono. E, mentre le risorse pubbliche si perdono in queste
evanescenti vetrine del nulla, chi fa cultura davvero, sul campo, a
titolo gratuito, non ha nemmeno i soldi per fare le fotocopie.
Biblioteche, associazioni, centri studi. La ricerca storica “sul
campo”, la cultura vera e fatta di sostanza, quella che non spreca le
risorse, non sono vetrine adeguate per i nostri politici. È necessario
che i cittadini si riapproprino della cultura, troppo spesso lasciata
nelle mani di altri, che se ne servono come strumento di visibilità,
propaganda e, a volte, mero guadagno.
Penso che la chiacchiera, nel suo piccolo, faccia cultura e sia
meritevole di maggiori attenzioni. In ogni caso, non è opportuna una
“cultura del lamentismo”, come ha efficacemente sottolineato Luciano
Bertello in un intervento sul tema della “cultura del territorio”.
Associazioni ed enti si devono mettere insieme, in rete. Costituire un
grande movimento culturale e di opinione, che restituisca ai cittadini
gli spazi della cultura occupati da altri.
Si badi: la cultura è una cosa seria. Può essere fonte di guadagno,
intelligente e responsabile (chi, nella propria attività, si fa
promotore di cultura) oppure spietato (chi “vende” la cultura come
una qualsiasi altra merce). La cultura muove pensieri e opinioni, anche
di chi non partecipa direttamente alle iniziative. Difendiamo una
cultura “diffusa” fra i cittadini di questo territorio.
Riappropriamoci degli spazi che ci spettano di diritto.
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