I  CESTAI  DI  CORNELIANO

Di Luciano Bertello e Ettore Contino

Foto: archivio fotografico Pro loco Corneliano e Ettore Contino

Testimonianze: Oreste Contino, Toni Negro, Giovanni Parato, Pierino Pasquero, Pino Giachino, Carlin Micca,

Candin Blardone, Eleonora Micca, Maria Piccino

 

 

   I TEMPI

Parlare di cestai, qui nel Roero, significa parlare di Corneliano e raccontare uno dei periodi più eroici della storia dell’agricoltura locale.

E’, infatti, a Corneliano che, nei decenni a cavallo del Novecento, tale attività assume i caratteri di un importante fatto economico, grazie all’applicazione di una intraprendente mentalità industriale ad un mestiere fino ad allora svolto a carattere familiare e rigorosamente invernale da pressoché tutti i contadini.

A favorire e sostenere tale svolta economica è la concomitanza di alcuni fattori, legati alle felici intuizioni agrarie che, proprio sul finire dell’Ottocento, portano i contadini ad avventurarsi su nuove strade colturali. E’ su queste colline, infatti, che nel 1885 per opera dell’avvocato Ettore Ferrio di Vezza d’Alba si sperimenta, per la prima volta in Italia, la coltivazione razionale ed industriale del pesco primaticcio. Con risultati tali da determinare, nel volgere di pochi decenni, una vera e propria rivoluzione agraria. La peschicoltura diventa dunque la scommessa economica di una zona e di una generazione contadina, capace di dar fama mondiale alle “pesche di Canale”, così dette dal nome del primo e più importante mercato del pesco locale, sorto nel 1908.

Diffondendosi a macchia d’olio  a tutto il Roero, la coltivazione del pesco si afferma come valida alternativa  alla difficile congiuntura conosciuta dalla viticoltura ed arreca un benessere economico tale da attenuare le stesse correnti emigratorie verso l’America. Come chiaramente si enuncia nella lapide che i Vezzosi, nel 1909, incidono in onore del Ferrio: “Ferrio Avv. Ettore / cultore agronomo / in anni  di calamitosa scarsità di raccolto vinicolo / seppe introdurre in Vezza / la cultura del pesco primaticcio / donde risorse nel Comune l’odierna prosperità”.

 

   LA GENTE

Altrettanto importanti sono i risvolti culturali che la travolgente riconversione agraria porta con sé. Evidenti là dove si consideri che il pesco, rispetto alla vite, richiede nuove cognizioni di innesto e di potatura, una diversa organizzazione della giornata  e dell’annata lavorativa, particolari sistemi di contrattazione, di esposizione e di esitazione della merce, rapporti pressoché quotidiani col mercato e con le sue leggi.

Fattosi frutticoltore, da viticoltore che era, il contadino del Roero viene portato a strutturarsi una nuova mentalità, abbandonando o modificando attraverso un lento e difficile percorso culturale, abitudini inveterate. Di qui scaturisce la vivacità e economica che la zona conosce nel periodo in questione, giacché la frequentazione assidua del mercato porta ad essere più smaliziati, più attenti ai gusti ed alle “mode”, più intraprendenti. Con gran vantaggio della stessa viticoltura, capace, in anni di grave crisi vinicola, di orientarsi verso la coltivazione delle uve da tavola, tra cui primeggiano la Favorita e l’Uva Molle di Montaldo.

 

I CESTAI 

Situato nel cuore del Roero, Corneliano bene interpreta e riassume il fervore produttivo di cui si è detto, potendo, all’inizio del Novecento, vantare la maggiore superficie a pescheto ed un mercato giornaliero del pesco secondo soltanto a quello di Canale.

Ma Corneliano è altresì la patria eletta della Favorita, pregiata uva da tavola e da taglio che, tra Ottocento e Novecento, qui ha il suo più importante centro di produzione e di vendita. Tanto da essere conosciuta come “Favorita di Corneliano”.  

A queste particolarità agrarie, foriere di attivi scambi commerciali, Corneliano accompagna la vivacità e l’intraprendenza che da sempre sono caratteristiche dei paesi di fondovalle e di mercato. Pertanto, la naturale vocazione mercantile, riconosciuta già nel 1602 dalle regie patenti con cui Carlo Emanuele concede alla comunità cornelianese “di fare nel giovedì di ciascuna settimana un mercato nel luogo” e sollecitata, nella seconda metà dell’Ottocento, dall’apertura della stazione ferroviaria del Mussotto, si applica anche nel settore degli imballaggi ed i “cestai di Corneliano” assurgono ben presto a rinomata fama. Anche al di fuori dei confini locali: giacché oltre alle caratteristiche ceste per l’esposizione della Favorita e delle pesche o per gli ortolani di Bra e di Vaccheria, si esportano imballaggi in Liguria, in Sardegna, in Sicilia e financo in Francia.

 

I più importanti fabbricanti di ceste da esportazione sono Micca Tommaso e Sacchero Giuseppe capaci, negli anni di maggiore espansione dell’attività, di dar direttamente lavoro ad un centinaio di cestai  lavoranti a cottimo e di assorbire per intero la produzione di ceste di tanti altri contadini della zona.

Indicata, nelle guide economiche dell’epoca, come una peculiarità di Corneliano, l’attività dei cestai trova un primo rallentamento nella 

difficile crisi degli Anni Trenta, per soccombere poi di fronte alla diffusione della plastica.

Non senza aver però segnato profondamente la cultura e la società di Corneliano.

         

   I LUOGHI E LE CONDIZIONI DI LAVORO

Dato il costo relativamente basso dell’attrezzatura, a fare ceste non sono solo i cavagné ma anche diversi contadini, i quali durante la stagione invernale non hanno lavori agricoli urgenti: fabbricano tualéte  per le proprie necessità e, a volte, anche su ordinazione.

Con una modesta somma si possono comperare da Avalle a Bra o meglio ancora sul Lago Maggiore s-ciapòn, cutel da pulidé, e far da vulté giù; si può ordinare il banch da tesse e il cavål da dëstiè a un màis-da-bòsch e le mole per bloccare le ceste ad un fré.

Per bité  ‘r brope a möi non ci sono problemi: si cerca una sorgente (gòrgh), oppure si scava una tampa vicino a un corso d’acqua; per piccoli quantitativi può servire anche un årbi non più idoneo alla pigiatura dell’uva. Qualche difficoltà può sorgere per la costruzione del forno, ma in genere tutti al paese sanno fare lavori in muratura: basta procurarsi mattoni, sabbia, cemento, magari qualche mattone refrattario per l’interno e porte per la chiusura.

 

Il luogo ideale per fé ‘r tualéte durante la bella stagione è un posto all’ombra sull’aia o sotto un porticato, mentre d’inverno un angolo della stalla può servire egregiamente. Se a gestire il lavoro è una ditta, l’organizzazione è più curata. Il singolo lavoratore si procura ferri e tavolo mentre i locali, i forni, le tampe, il materiale (e magari anche una måchina da s-ciapé) vengono messi a disposizione dal padrone il quale decide quali tipi di ceste  bisogna fare in base agli ordini ricevuti.Non esiste un vero e proprio orario, perché si lavora a cottimo; di solito però si inizia presto, appena c’è luce, si interrompe brevemente a mezzogiorno per permettere ai cavagné di pranzare a casa; poi si continua fino al tramonto. Se ci sono ordini urgenti il lavoro prosegue anche dopo cena.

 

 

Il datore di lavoro acquista le bròpe in quantitativi consistenti e le distribuisce tra i diversi cavagné i quali, in base alle proprie esigenze, le fanno cuocere a turno nei forni (che restano accesi tutto il giorno).

Man mano che le ceste vengono finite sono riunite in balòt e impilate nell’angolo riservato ad ogni singolo cavagné. Il titolare della ditta provvede alla spedizione con carri o vagoni ferroviari e il sabato o la domenica mattina paga ogni cestaio in base al numero e al tipo di ceste consegnate.

Il lunedì è un giorno particolare: i forni sono spenti e i cestai lavorano solo al mattino a spaccare gli orli; al pomeriggio sono liberi. Durante questa mezza giornata si organizzano spesso ribòte per festeggiare qualche ricorrenza oppure, se non ci sono altre scuse, ci si ritrova all’osteria per fare una merenda o una bevuta. Sovente si canta.

I cavagné sono famosi per la loro proverbiale vocazione agli scherzi e al divertimento: quando c’è da lavorare sgobbano ma quando è ora di far festa non si tirano certo indietro! I giovani che vogliono imparare il mestiere si devono mettere d’accordo con un cestaio disponibile a prenderli come garsòn.

Normalmente l’apprendista inizia a lavorare senza retribuzione svolgendo le mansioni più semplici: fa i fondi, porta i pali a cuocere, pulisce le ceste già costruite. Dopo qualche tempo può aspirare a qualche mancia; poi, finalmente, si compra gli attrezzi e diventa anche lui cavagné.

 

   LE FASI DELLA LAVORAZIONE

Catè ‘r brope – acquistare i pali

Devono essere pali di castagno con diametro da due fino a sette-otto centimetri. Di solito vengono comprati d’autunno nella Langa dove questo tipo di legno acquista caratteristiche di maggiore flessibilità e resistenza.

Bité i bastòn a möi – mettere i pali a mollo

Alle bròpe vengono tagliate le punte, che non solo adatte all’intreccio perché poco flessibili (e che poi sono vendute agli ortolani) e anche alcuni centimetri delle parti inferiori (ungén). I bastòn così ottenuti vengono immersi in acqua per alcune settimane utilizzando rii, gòrgh, tampe, vasche o årbi.

Fé cöse / fé cöse i bastòn – far cuocere i bastoni

Il forno è alto 100-180 centimetri ed è lungo fino a tre metri in modo da poter contenere pali di qualsiasi dimensione. All’interno un piano divide la zona inferiore in cui si fa fuoco utilizzando fascine, legna o ritagli di lavorazione da quelle superiore in cui si mettono i bastòn a cuocere. La cottura (mezz’ora circa) rende i pali più elastici e permette di spaccarli con più facilità e precisione.

S-ciapé / s-ciapé ra gura – spaccare le liste

E’ l’operazione più faticosa. Il cavagné si siede, appoggia sulla coscia destra un palo e, impugnano un apposito coltello (s-ciapòn) e un pezzo di legno nodoso (batarèl), incide il bastòn per poterlo dividere in due parti; poi, utilizzando le mani, un piede e un rudimentale appoggio (s-ciapiröla), apre il palo in tutta la lunghezza.

Ciascuna delle due parti ottenute viene ancora sezionata  in modo da ricavare strisce dello spesso re di pochi millimetri (gure).

L’operazione deve essere fatta con attenzione, seguendo le venature e i nodi. Se le liste sono più sottili sarà più facile il successivo lavoro di intreccio ma la cesta risulterà meno robusta.

Durante questa fase la corteccia si stacca: sarà utilizzata per far fuoco nel forno.

Dëstié / dëstié ra gura – lisciare le liste

Ci si siede ad un apposito cavalletto (cavål da dëstié / banch da dëstié) che permette di fermare le gure con una leva comandata dal piede destro e, utilizzando un coltello a due manici (cutèl da dëstié), si eliminano le irregolarità e si lisciano le liste.

S-ciapé i’òrlu – spaccare gli orli

I pali più piccoli vengono sezionati  in quattro con l’uso del solo s-ciapòn e vengono poi lisciati; serviranno per rifinire e rinforzare i bordi superiori della cesta. La cottura non è necessaria perché l’intreccio degli òrlu è più semplice.

Fé r fund – fare il fondo

Si intrecciano a terra o su un piano di legno sei travàrs e nove tåp. I travàrs sono più lunghi in quanto dovranno essere rivoltati su entrambi i lati mentre i tåp saranno piegati all’insù da una parte sola (quattro da un lato e cinque dall’altro).

Finito l’intreccio si controlla che la dimensione sia giusta  e si battono le liste col far da båte in modo da comprimerle e dare un aspetto solido e regolare al fondo  che viene poi fissato orizzontalmente al banch da tésse: appositi ferri (mole) lo bloccano al tavolo agganciando le sporgenze dei tåp.

Le liste vengono poi tutte piegate verso l’alto per poter costruire i lati della cesta.

Tésse – tessere

Si costruiscono le parti laterali intrecciando altre liste lunghe e sottili (fèdu) con i travàrs e i tåp precedentemente rivoltati. Per iniziare si sagoma la prima lista a punta (utilizzando un coltello o un puarén) e la si inserisce in un angolo; si continua poi a spirale fino a raggiungere l’altezza desiderata.

‘Intërsé l’òrlu / fé l’òrlu – intrecciare gli orli

Per rifinire la cesta si usano gli òrlu a tre a tre facendo due giri di intreccio sul lato superiore della cesta.

Vulté giù / ciné giù – voltare giù

Le punte dei tåp e dei travàrs vhe superano gli orli (pavìde) vengono piegate all’interno della tualéta e, con l’aiuto dei far da vulté giü, vengono infilate nell’intreccio.

Pulidé /fé pulìd – pulire

Si stacca la tualéta dai banch e, utilizzando un paio di tesòire da pué e un coltello molto affilato (cutèl da fé pulìd), si eliminano i nodi, sporgenze e irregolarità.

 

S-ciapon e batarèl

S-ciapiröla

Cutèl da dëstié

Mole

     Far da båte

    Puarén

 

    Far da vulté giü

    Tésoire

 Cutèl da pulidé

 

   Tampe  per mettere i pali a mollo

Il forno

Cavalletto per lisciare le liste

 

Piano di lavoro

La cesta finita

 

   Tipi di ceste

Bastårde, banåstre, tualéte ‘d prima, tualéte ‘d seconda, tualéte ‘d tersa, quaranta chilu, sparsìnhe, sëston, cavågn, gorbe, gurbòn da urtulàn, gurbòn për i cucàt, panère.