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Chiesa Confraternita di San Bernardino

APPUNTI DI STORIA

 

(Baldassarre Molino e Luciano Bertello "Corneliano d'Alba-una terra celebre per i buoni vini bianchi". Ed.Gribaudo 1994).

 

La chiesa di San Bernardino, posta a metà collina dal centro storico, è la sede della confraternita dei Disciplinanti (Battuti) fondata nella seconda metà del '500 e tuttora vitale.

E' ricordata nelle visite pastorali del 1585 e 1621 e nella relazione del parroco del 1742. In quest'ultima è ancora annotata la sua ubicazione a ridosso dell'abside dell'antica parrocchiale, contribuendo a renderla umida. Dopo la demolizione di questa, nella seconda metà del 1700, la chiesa di San Bernardino venne ampiamente rimaneggiata per adattarla allo stile del tempo.

Un'antica effigie di stile bizantino di San Nicolao, proveniente dalla vecchia parrocchiale, è murata all'esterno del campanile. All'interno, a destra dell'ingresso, è murata la lapide tombale di Francesco De Brayda, un tempo situata nel pavimento e l'anno 1608 ne indica la data della sepoltura. 

Nell'archivio parrocchiale non esiste lo statuto della Confraternita (nell'archivio vescovile di Alba esiste uno statuto molto più tardo, datato 23 luglio 1859. N.d.R.), ma i suoi scopi si desumono chiaramente dall'esame dei libri dei conti di cui il primo, ancora conservato, risale al 1611.

Gli obiettivi sono i seguenti:

- suffragio delle anime dei confratelli defunti;

- assistenza agli ammalati, specie quelli privi di assistenza familiare,

- soccorso in denaro agli indigenti, in particolare alle vedove con figli a carico,

- conservazione in buono stato della loro sede, che è sempre stata la chiesa di San Bernardino;

- annuale celebrazione in essa di sante Messe di suffragio, di Messe votive e di altre in occasione di  festività o ricorrenze.

            "Scrupolosi nelle registrazioni, i contabili della compagnia consentono di seguirne le vicende dal 1611, anno in cui si procede a consistenti lavori: costruzione della volta della chiesa da parte di "mr Giovanni di Sanfrè"; acquisto di "quadri 156 e pianelle 850 per starnir l'oratorio e far gli scalini, acquisto di doi quinterni di papèro per far le verrere"; fattura di porte e finestre da parte del falegname Giovanni Domenico Bria di Magliano. L'anno seguente si pagano tre fiorini a Emanuele Garone "per fatura della bardella fatta all'altare"; l'11 marzo 1613 si sborsano 15 fiorini in Asti "al corriere qual ha portato le bolle da Roma per l'indulgentie concesse a detta compagnia", mentre a Roma la pratica è costata 101 fiorini.

            Seguono anni di guerra  e di alloggiate e i lavori ristagnano, poi nel 1621 si ha una momentanea ripresa e una forte somma è assorbita dalla doratura dell'icona dell'altare: a Pasquale Veroglio, pittore di Sommariva Bosco, si danno 50 scudi "per l'indoratura della icona", mentre 18 si spendono in colori vari e ben 54 in fogli d'oro zecchino. Il vescovo Roero, nella sua visita pastorale del 10 ottobre 1662, noterà l'icona e la definirà "satis pulchra" mentre ordinerà di addossare alla parete la grande croce posta nel mezzo della chiesa, la quale impediva ai fedeli di assistere alla messa. Si tratta dello stesso crocifisso oggetto di una ridipintura nel 1662 ("speso in terra verde per dare il colore al Christo" dieci soldi). Nel 1623 si acquistano calce e mattoni "per far redifficar la muraglia obturata dell'oratorio verso la strada": il lavoro è fatto dai mastri Antonio e Battista Lugano per 74 scudi. Nel 1626 si pagano 50 fiorini ai mastri "per far la scalla per calar nell'oratorio".

            Per qualche decennio non si registrano interventi di rilievo alla chiesa o al suo apparato interno: i tempi non lo consentono. Un piccolo ma nitido segnale di una diffusa miseria si ha nel 1646, quando va all'asta il lenzuolo, ormai logoro, che da anni serviva ad avvolgere i morti portati al cimitero dai "battuti". Il libro dei conti della compagnia porta infatti: "li 12 marzo tirato (ossia "tratto", ricavato) per un lenzuollo frusto qual si ritrovava nella casia (cassa per portare i morti) della compagnia venduto, lire 1:10".

L'edificio viene restaurato nel 1669. Vi lavora "mastro Nicolao", che riceve 70 lire per la "fattura" e 35 per la "stabilitura", oltre a quasi 5 brente di vino. Due anni dopo si rifanno le due "sepolture" (ossia camere tombali) che si trovavano sotto il portico della chiesa. Poi si richiede un altro intervento di rilievo: nel 1685 mastro Pancrazio Orsolino, aiutato dal fratello Santino e dal figlio, lavora al "ricoprimento sopra il portico della galleria" ricavandovi la tribuna, che viene voltata come la chiesa.  L'anno seguente si acquistano 60 assi di castagno e 12 d'albera, assieme a 800 chiodi, 200 "brochette", 50 "broconi", e 32 "dobioni", per "ferrar le sedie...acquistate dal capitolo". Nel 1689 mastro Teobaldo Buffetto costruisce un confessionale.

            Nel 1692 si pagano 10 lire all'indoratore "per haver indorato li pomi al confalone et accomodatta la croce et il Crocifisso che si porta in processione" (il gonfalone era stato dipinto nel 1641 da un pittore di Savigliano, pagato con una brenta e sei pinte di vino). Cinque anni dopo, il 21 dicembre 1697, si pagano ben 100 lire "al Sig.Giosepe Garoi di Somariva del Boscho per li due quadri".

            Consistenti lavori hanno luogo nel 1716, senza che siano precisati quali. Il libro dei conti della compagnia reca alcuni dati: pagamento di 408 lire a "mastro Donato Retti luganese per la fabrica fatta" e di altre 123 lire allo stesso mastro e ai lavoratori che l'hanno aiutato; inoltre, acquisto di 856 rubbi (79 q) di calcina e di varie migliaia di mattoni (per integrare quelli recuperati): un rifacimento quasi totale se si paragona alle 26 lire date nel 1727 a "mastro Gioani de Paoli per giornali 21 per far il porticho".

            Poi si arreda l'interno. Nel 1717 mastro Giacomo Antonio Barbero riceve 49 lire "per la fatura dei banchi". Nel 1743 si acquistano in Asti i reliquiari "de' corpi santi" e l'anno seguente la compagnia acquista in Alba "un altare di legno colorito e dorato per lire 150 sotto li 10 maggio 1744 da mastro Gio.Battista Bianco, quale lo ha havuto in paga dalli MM.RR.PP. di San Domenico D'Alba", giusto in tempo perché il vescovo Felissano, in visita apostolica meno di un mese dopo (il 7 giugno) potesse notare che l'altare era "partim depicto et partim deaurato".

            Nel 1759 si fabbrica il "tellaro alla finestra di S.Bernardino per la tribuna" con assi di noce; Giovanni Marco Torreri rifà nel 1762 la croce "che si porta in processione il giovedì santo a sera"; l'anno seguente si acquistano dall'argentiere Spirito Antonio Farerio di Alba sei candelieri argentati e sei fiori per 27 lire, mentre il "mastro da bosco" Matteo Coppa fabbrica nel 1764 "una piccola guardarobba per riporre le sacre reliquie" e lo scultore Fontana riceve 8 lire e 15 soldi per "fattura di n.6 candelieri novi e per l'accomodamento di due vasi rotti", e 13 lire si danno "al Sig.Jurato indoratore in Racconiggij per l'argentatura di candelieri n.12, cioè sei novi et n.6 usitati, n.6 vasi con cartagloria ed evangeli".  Nel 1766 mastro Mantello falegname riceve quattro lire  per la "fattura di un burrò per riporre le paramenta" e lire 7 per la cornice dello stesso, indorata dal solito Jurato per 14 lire e 14 soldi. L'anno seguente si fa un "pagamento anticipato al Cravoto di Montaldo Roero detto il Romano, per ottenere a Roma la patente dell'altare privilegiato della Compagnia".

            Nel 1802 si annota la spesa di 276 lire "per giornali da mastro da muro e manovali fatti per la costruzione del muraglione e campanile, formato per la ristorazione della chiesa di detta compagnia". (Il precedente campanile, collocato "in cornu epistole", è ben rappresentato nel quadro dell'Operti dipinto nel 1783 e che, con la gloria dei santi Gallo e Nicola, raffigura anche Corneliano all'epoca.)

            La relazione del parroco Violardi nel 1837 segnalava ancora l'esistenza in facciata di un portico, poi chiuso: "Vi è un portico avanti la facciata in tutta l'estensione di questa fatto d'archi, non si vedono sotto di esso cose alcune, ma nell'inverno vi è chi batte la lana e fa i materazzi..." *