CESARE
PAVESE
(Scrittore;
Santo Stefano Belbo 1908 – Torino 1950)
Proveniva
da una famiglia borghese, il padre era cancelliere di tribunale e
figlio di contadini; si trasferì in giovane età a Torino dove compì
i suoi studi.
Studiò
al Liceo Classico Massimo D’Azeglio e trasse giovamento dall'insegnamento di Augusto Monti.
Dalle
colline delle Langhe ricavò l’ispirazione per le sue opere
ambientate quasi tutte tra quei bricchi e tra la gente
che conosceva bene.
Non amò il
provincialismo intellettuale del fascismo e, per alcuni anni, espresse
il suo dissenso sulla rivista “Cultura” ma quando, nel 1935, il
periodico fu chiuso ed i collaboratori arrestati, fu condannato a tre
anni di confino, poi ridotti a uno, che scontò in Calabria.
Esordì con i
versi di “Lavorare stanca ” nel
1936 mentre
era al confine e
traduceva autori
anglosassoni; l’opera si caratterizzò per il suo linguaggio
innovativo.
Di quegli anni
è “il Carcere” pubblicato insieme a “La casa in collina .”
Nel 1941 pubblicò "Paesi tuoi" e, nel 1942 "La
spiaggia", nel 1946 "Ferie d' ago- sto" e nel 1947
"Il compagno".
Nel
1950 vinse il Premio Strega con “La Bella Estate” e ne “La luna
e i falò” racconta
la vita difficile del mondo contadino.
Dopo
la morte, avvenuta tragicamente in un albergo di Torino nel 1950,
furono pubblicate altre opere: “Verrà la morte ed avrà i tuoi
occhi”, “La letteratura americana ed altri saggi”, “Il
mestiere di vivere”, “Notte di festa” e “Fuoco grande”. |